Stefano Bisi

Come era bella la mia Arbia

ascianoA cinquecento metri dal luogo del delitto ci sono la mia scuola elementare, il garage dove il mio babbo parcheggiava il camion, e poi il bar Ricci dove giocavo a flipper, l’auto utilizzata dagli assassini è stata bruciata accanto al cimitero dove ci sono i miei nonni, Eugenio e Maria. Insomma, l’assassinio di un ragazzo albanese di 27 anni mi ha colpito anche perchè è avvenuto ad Arbia, accanto ad una casa costruita sul terreno dove negli anni Sessanta c’era un campo di calcio improvvisato dove passavo il pomeriggio. Insomma, un delitto consumato in un luogo che mi è familiare. Una frazione che non c’è più, se non nel cartello stradale che la indica. Negli anni Sessanta vivevano cinquecento abitanti, ora saranno duemila. Si conoscevano tutti e tutti sapevano vita, morte e miracoli di ogni famiglia. Il bar, centro vitale della frazione, era “attaccato” al negozio di generi alimentari: erano entrambi della famiglia Ricci. Ezio era il babbo e Mauro e Masco i figli. Collocarono il flipper, un gioco elettronico che oggi sembra preistorico. Il bar era, ed è, davanti alla fornace, il pernio dell’economia della frazione. Quella ciminiera fumante è ancora il simbolo della frazione del comune di Asciano, da sempre considerata molto distante dal capoluogo. La capitale delle Crete infatti è a diciotto chilometri da Arbia e per arrivarci bisogna percorrere la Lauretana, una strada fatta di curve, spesso teatro di incidenti mortali che hanno colpito la comunità di Arbia. Ricordo ancora la morte di Tea Cetoloni e del figlioletto nell’auto finita fuori strada. Pochi anni fa vi perse la vita Riccardo Cingottini, un ragazzo di Arbia.
Quella Lauretana percorsa tante volte da Leonardo Viti detto Canapino, il fantino del Palio, che si fermava a fare colazione al bar del Ricci dopo aver passato la mattinata a preparare Panezio e Topolone nel suo ranch, vicino Leonina.
Ed è in quel bar che nacque l’Asta, l’Associazione Sportiva Taverne d’Arbia, che poi venne ribattezzata Associazione Sportiva Tuo Avvenire per distinguerla dall’Usta, l’Unione Sportiva Taverne d’Arbia. Erano gli anni Sessanta e l’Usta era considerata la squadra del prete, voluta da un giovane don Savino Mazzini, e l’Asta, nata successivamente, la squadra dei comunisti. Poi il tempo passa e don Camillo e Peppone non ci sono neppure a Brescello. A metà degli anni Settanta venne firmata la pace ed ora don Savino non manca all’inaugurazione della stagione calcistica dell’Asta.
Ho avuto la fortuna di giocare nelle due squadre, da piccolissimo nell’Usta del mitico Beppe Cosci, un presidente factotum che veniva a prenderci con una Seicento bianca dove salivamo almeno in sei, e da adolescente nell’Asta, insieme a Marco Batistini e Sandro Guglielmetti, due ragazzi nati e cresciuti ad Arbia. Con loro ho fatto le scuole elementari con la maestra Cosma Serchi, una insegnante all’avanguardia per quei tempi. In Quinta, era il ’67, facemmo il giornalino di classe. Io scrissi, su un foglio a protocollo a righe, un articolo sulla morte di Gigi Meroni, un calciatore del Torino travolto da un automobilista. Il mio compagno di banco, Sandro, ne fece il ritratto. Capii che da grande avrei provato a fare il giornalista. Non immaginavo che 42 anni dopo avrei scritto di un delitto avvenuto nella mia Arbia, in quella frazione dove ho scritto il primo articolo della mia vita.

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8 Commenti per “Come era bella la mia Arbia”

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    …per tutto questo ringraziamo i nostri governanti, un gruppo di personaggi adatti alla corrida… dilettanti allo sbaraglio… Che infinita tristezzza…

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    La mia Arbia non era bella soltanto. Per me, che negli anni 70 da ragazzetto ogni estate venivo da Milano, dapprima ai stare dai nonni poi dagli zii, era il vero mondo.
    La lasciavo col magone.
    E quassù non capivano, non si capacitavano.
    Ma non potevano sapere, semplicemente.
    Non potevano sapere della sirena della fornace a mezzogiorno, della spuma al bar, del ciaccino mangiato sul muretto vicino alla cannella, delle corse alle sbarre per vedere passare quelle rare le locomotive a vapore fra una littorina e un’altra.
    Non potevano sapere dei bagni all’Arbia, delle partite di calcio al campino di fronte alla Fau, del cinema il giovedì sera quando il Ricci era chiuso mangiando i semi di zucca.
    Non potevano sapere del pallaio di fronte alla chiesa, dell’olio del consorzio, dei salciccioli del Venturini.
    Non potevano sapere dei pomeriggi in bicicletta da Monselvoli all’Acqua Borra, a Poggio al Vento, alle Pansarine, a Costaberci, alla Casa.
    Non potevano sapere dei segreti per vincere a carte che imparavi guardando i grandi al bar, di come si dà il rame alle piante, di come si infiasca il vino.
    Non potevano sapere del pescivendolo che passava il martedi, che il mercoledi si prendeva il tram tutti assieme per andare al mercato a Siena, che il giovedi veniva il porchettaio e i cani alla sera facevano festa con gli avanzi che lasciava.
    Non potevano sapere di ragazze e ragazzi che ci passi un’estate ma che te li porterai sempre nella mente, qualsiasi cosa la vita gli faccia fare: il fantino in Piazza, l’allenatore dell’Asta, l’operaio, la casalinga, l’impiegata.
    Non potevano sapere dei vecchi dell’Arbia, gli uomini, d’estate, in canottiera di lana, le donne con il grembiale: erano i più veri rappresentanti di una saggia umanità che non la ritrovi più se non nei libri, ma solo in quelli scritti bene.
    Stefano Bisi ha fatto dei nomi di persone e cose sempre presenti nella mia memoria e in cui mi ritrovo. E per questo lo ringrazio, condividendo la sua malinconia.

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    Caro Stefano il mio Babbo è nato a pochi chilometri da Arbia, a Santa Maria a Dofana, sotto il colle di Montaperti e io, nato e cresciuto a Siena, da bambino, fino a metà degli anni 60, passavo alcune settimane dai cugini mezzadri che ancora avevano il podere nella vallata che collega Dofana con l’Acqua Borra.
    Sono zone che non ho vissuto come te ma ho frequentato assiduamente e credimi anche oggi mi struggo passando lungo la strada quando arrivo al bivio accanto al cimitero che è lungo la strada.
    Sono nato sulle lastre, al pozzo di San Marco sopra la Società, ma sono legato a quelle terre,a quella zona.
    Mi ricordo con una lucidità impressionante quando andavo a piedi (a 7 anni e senza il cellulare) fino alla Casetta a comprare le sigarette per il capoccia (qualcuno lo conosce ancora il significato della parola Capoccia?) oppure s’andava a fare il bagno insieme ai compagni di un’estate all’Acqua Borra o nella Malena.
    La mia felicità era la sera quando i grandi mi facevano guidare il carro dei bovi per tornare a casa.
    Mi sentivo importante io bambino che guidavo degli animali così grandi e solo dopo molti anni ho compreso che le bestie la sera tornavano alla stalla da sole, per potersi riposare e mangiare.
    Le feste della trebbiatura e della vendemmia, le sere a veglia, nelle sere più calde nell’aia o sotto la parata, quando arrivava la stagione più fresca intorno ad un caminetto che ospitava fino a 8 persone all’interno. Ed io che fin da subito (1953) ho avuto la televisione in casa non sentivo la mancanza dei programmi televisivi, non mi mancava la TV dei ragazzi.
    Ho provato tanta nostalgia quando tutto il borgo è stato ristrutturato e trasformato.
    La cucina dove mangiavamo anche in 20 persone sicuramente non esiste più, tanto era grande che probabilmente è stata sufficiente per farci un appartamento; le stalle pure e gli stalletti dei maiali saranno stati demoliti e il giuggiolo, allora per me grandissimo, accanto alla casa del Franci ci sarà sempre?
    Non ci sono più voluto andare.
    E’ una stagione che è passata, una cultura da musealizzare, un pezzo della mia vita che non posso recuperare neppure dalle foto, non ne ho.
    Mi devo affidare solo alla memoria, e questo mi porta tanta, tanta nostalgia e, come molte altre cose lontane nel tempo tristezza.
    Nostalgia e tristezza che vengono dalla consapevolezza che gli anni sono passati, che io sono invecchiato, che molte di quelle persone sono vive solo nella mia memoria ma che invece non ci sono più.
    Caro Stefano credimi, ti comprendo.
    Ma il tempo passa e anche noi due che abbiamo cercato nella vita altri spazi e altre realtà ne dobbiamo essere coscienti.
    Con affetto

    Adriano

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    I luoghi dell’infanzia sempre lasciano memorie decisive nella vita successiva dell’individuo. Proust ne sapeva qualcosa.

    Per me, che non sono nato nell’area dell’Arbia, è lo stesso.

    Che dire. Purtroppo i luoghi cambiano, come gli individui, i comportamenti, gli affetti.

    Non possiamo sempre rimpiangere. Non è utile né sano. Piuttosto, io mi domando perché oggi tanti signori dal fiato nauseabondo e dalle mani tozze e poco eleganti debbano e vogliano trascorrere quei pochi anni di vita che hanno, sognando un suv o una vacanza in montagna a Cortina, o una casa da 400mila euro a due passi da una pozza di fango.

    Il denaro e il suo culto, ci han portati fin qui.

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    cari “ragazzi” che come me avete vissuto in quel contesto, non ci resta altro da fare che rassegnarci, quel paese dove abbiamo vissuto in maniera semplice ma bene, non esiste più, fa parte di un passato che si riscontra, forse, vedendo un film di don camillo….oggi l’Arbia (come la chiamiamo noi)ha subito i torti del nostro tempo: ogni giorno violentata da una pressione demografica sempre più alta, dal traffico che non gli appartiene, da abitanti che ne hanno fatto un dormitorio, dalle strade sempre più sporche………che dire di più? L’unica cosa che mi sento di manifestare è il senso di impotenza di fronte ad un fenomeno che sembra inarrestabile e queste due righe scritte per “partecipazione” non fanno altro che accrescere la nostalgia per i “tempi andati”.
    LA FACCIANO GLI ALTRI LA GLOBALIZZAZIONE; PER QUELLO CHE MI RIGUARDA, VOGLIO DIRE CHE A ME, VIENE IMPOSTA.

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    Chi era Riccardo Cingottini e come morì??

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    Riccardo Cingottini era un mio/nostro grande amico. Siamo cresciuti insieme ed abitavamo anche a pochi metri di distanza. Era nato nel 1965, era impiegato alla Bancasciano in sede, e il 20 Dicembre 1991, tornando a casa ad Arbia, nelle curve di Asciano venne coinvolto in un incidente stradale, un frontale con un altra auto che invase la sua corsia. Pochi anni dopo, con gli amici di una vita, abbiamo creato una fondazione a suo nome per ricordarlo con iniziative benefiche. Sono passati tanti anni, ma il ricordo ed il dolore è ancora vivo. La settimana scorsa, come facciamo periodicamente, siamo andati a mangiare una pizza con i suoi genitori.

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    Una bella serata ad Arbia con gli anziani del posto a parlare del paese, del passato costruito attorno alla fornace che non c’e’ piu’. Ma si e’ parlato anche del futuro, di un ponte ciclo-pedonale sul fiume. I comuni di Siena e Asciano stanno cercando le risorse per costruirlo. Sara’ intitolato a don Carlo Guerrieri, mitico parroco di Taverne e Arbia

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