La donna, le contrade, l’Oca
Cosa significa essere donne a Siena, in una contrada, nel 2010? Con
l’avvicinarsi dell’8 marzo, festa della donna, le riflessioni in questo
senso si allargano e diventano spunto per capire meglio ciò che realmente
rappresentano oggi non solo all’interno del rione, ma anche e soprattutto
nel contesto cittadino. Il Corriere di Siena ha intervistato
Isabella Becchi, avvocato affermato, già priore vittorioso della Selva.
Qual è il valore delle donna oggi, soprattutto nelle contrade.
“Quello della donna, nella nostra società, è un valore “aggiunto”. La donna porta un modo diverso e complementare di guardare alle cose. Valorizzaaspetti scarsamente tenuti in considerazione dagli uomini quali l’intuito,che favorisce le decisioni rapide anche in assenza di dati, l’empatia, che è figlia dell’intelligenza emotiva ed aiuta la comunicazione, la flessibilità,
sempre alla base di ogni cambiamento. E’ proprio attraverso la flessibilità,
poi, che la donna oggi riesce a coniugare famiglia ed impegni esterni. Ciò
vale per la società in cui viviamo ma vale anche per la contrada, una unita’
socio-politica con radici storiche molto profonde che, però, costituisce una
precisa rappresentazione della realtà che stiamo vivendo”.
Come ha vissuto la sua esperienza di priore donna non solo nella sua
contrada, ma nei rapporti con i colleghi onorandi delle consorelle?
“Nella Selva avevamo già avuto due grandi dirigenti donne, Ginevra Chigi
Zondadari, primo priore donna nella storia del Palio, e Vittoria Bonelli
Barabino, capitano due volte vittorioso. Certamente fare il priore non è
stato una passeggiata ma le difficoltà che io ho trovato sono state quelle
che le donne trovano nella vita di tutti i giorni, nel mondo lavorativo come
nella vita di relazione. Mi sono rimboccata le maniche e, sicuramente, mi
sono impegnata più di quanto avrei fatto se fossi stata un uomo. Così,
sempre, dobbiamo fare noi donne, senza dare mai per scontata la cosiddetta
parità. Altrimenti rischiamo di perdere tutto ciò che abbiamo raggiunto
negli ultimi quarant’anni. Con il lavoro ed il grande impegno, in contrada,
mi sono guadagnata sei anni bellissimi, grandi soddisfazioni e due palii
vinti. Ho cercato di non piegarmi mai alle logiche di politica contradaiola,
sia nell’ambito della mia contrada che in seno al Magistrato delle Contrade
dove i rapporti con gli altri priori sono stati sempre molto buoni,
arrivando anche a ricoprire, prima donna nella storia, la carica di pro
rettore”.
Inevitabilmente, con l’avvicinarsi della festa della donna, la situazione
nella contrada dell’Oca permette una riflessione. Cosa ne pensa lei?
“Mai come quest’anno l’argomento del ruolo delle donne in contrada è stato
d’attualità. A Siena ci sono state dodici donne capitano e sette donne
priore. Io sono stata una di queste e vorrei che a tutte le donne di
contrada venisse data una tale opportunità. In nome di una tradizione, ormai
non più accettabile, alle donne dell’Oca non è permesso di votare e questa
enorme ingiustizia merita una particolare attenzione, non solo per la festa
della donna ma “a tutto tondo”. Le contrade hanno personalità giuridica
pubblica e svolgono all’interno della città funzioni sociali con interessi
“universalmente riconosciuti”. E’ incomprensibile, quindi, come in una delle
diciassette contrade non venga permesso alle donne che lo richiedono di
esercitare un diritto “universalmente riconosciuto” quale è il diritto di
voto. Diritto valido “erga omnes” che nessuno si può permettere di
impedire”.
Pensa che il dibattito debba rimanere circoscritto al rione oppure
coinvolgere tutte le contrade?
“Purtroppo il dibattito è rimasto già troppo tempo circoscritto all’interno
del rione dell’Oca, e di questo tutte noi donne di contrada dobbiamo farcene
una colpa. Per anni abbiamo quasi ignorato il problema e poche sono state le
voci che si sono fatte sentire. Lo stesso deve dirsi per le istituzioni
cittadine e statali cui spetterebbe il compito di tutelare il cittadino da
discriminazioni e intolleranze. E se gli organi istituzionali sono rimasti
indifferenti, non volendo intervenire, tutte noi donne di contrada dobbiamo
fare tutto quanto è nelle nostre possibilità per “sfondare” questo muro di
indifferenza. Una volta per tutte, tutte assieme, indipendente dalla
contrada cui apparteniamo, dobbiamo avere il coraggio di “urlare”: ’Io sono
una donna dell’Oca e voglio votare’”.
Lei è un avvocato molti stimato e con esperienza. Non crede che la questione
dell’Oca riguardi principalmente una tradizione anzichè una questione
giuridica?
“La tradizione di non far votare le donne era presente in tutte e
diciassette le contrade. In sessanta anni di storia le cose sono pian piano
cambiate e tutte le consorelle, eccetto l’Oca, si sono adeguate ai nuovi
modelli sociali. Nella Selva, per esempio, le donne votano dal 1948.
Spacciandola per tradizione, si insiste nel negare alle donne l’elettorato
attivo e passivo senza, peraltro, che ciò sia previsto nello statuto della
contrada. E non si dica che esiste una società delle donne dove le iscritte
possono esprimersi. Non c’è bisogno di essere giuristi o esperti di leggi
per capire che una tradizione non può essere imposta se è contraria alla
legge e, comunque, se non è condivisa ed accettata da tutti gli interessati.
Se anche solo una donna dell’Oca chiede di votare, il voto non le può essere
negato, tantomeno impedito. Chi, poi, volesse rimanere affezionato alla
sedicente tradizione, potrà farlo astenendosi dall’andare a votare e
rinunziando, così, ad un diritto-dovere ormai, lo ripeto, universalmente
riconosciuto”.
Una provocazione: le donne monturate in Piazza per il Corteo storico.
Sarebbe d’accordo?
“Assolutamente no. Nella passeggiata storica si rievocano figure che
rappresentavano istituzioni cittadine i cui ruoli erano, nei secoli passati,
ricoperti da uomini. Il capitano del popolo, la biccherna, i componenti
delle compagnie militari, gli uomini d’arme, erano e devono rimanere uomini.
Il corteo storico è una rievocazione storica ed a una rievocazione storica
non si possono apportare rinnovamenti”.
Insomma, la contrada è maschio o femmina?
“La contrada è soprattutto cuore ed il cuore è sempre lo stesso. Può
trovarsi in un corpo femminile o in un corpo maschile, quello che conta è
ciò che prova, e se i sentimenti sono passione, amore per i propri colori,
forza e desiderio di appartenenza, ecco che abbiamo la contrada”.
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Siena News – Citizen Journal
scritto da Stefano Bisi





mar 7th, 2010 da 15:19
Adesso basta! Dopo l’ultimo intervento dell’avvocato Becchi, apparso
come intervista, sul giornale di ieri, la misura è colma. E’ infatti
inaccettabile questa continua intrusione in vicende così interne alla Nobile
Contrada dell’Oca, di cui mi fregio essere la presidente della Società delle
Donne, da persone che nel nome di nobili principi si contengono in
tutt’altro modo, dimostrando nei fatti l’arroganza di voler risolvere in
prima persona, questioni che non gli riguardano, dimostrando una sensibilit
non certo al femminile. Se, poi, queste lezioni di civiltà vengono compiute
da ex dirigenti di contrada, questi bene farebbero ad osservare la regola
aurea che mantiene da sempre l’equilibrio tra le diciassette consorelle,
ovvero che non si invadono mai, per nessun motivo, gli altrui confini!
Parlando adesso di cose serie, colgo l’occasione per ringraziare il
governatore e la sedia direttiva che nell’ultima assemblea del 2 marzo hanno
voluto ribadire la prosecuzione del percorso condiviso con le donne che
hanno difeso, in causa, l’onore della nostra contrada e con tutte coloro che
vorranno, trovando la compatta approvazione della contrada intervenuta.
Onoriamo, quindi, l’8 marzo per dedicarsi ai problemi veri di
discriminazione, per chi magari subisce quotidianamente abusi e sevizie, chi
ancora si ostina a fare proclami di uguaglianza utilizzando le donne
dell’Oca vuol dire che nella migliore delle ipotesi è poco informato: esiste
già una volontà condivisa e approvata, proprio nella citata assemblea del 2
marzo, di trovare una soluzione interna, dimostrando una volta di più quella
compattezza che da sempre è la nostra forza.
Per chiunque volesse poi, per qualsiasi motivo, fregiarsi dell’appartenenza
alla Nobile Contrada dell’Oca, non va sottaciuta la necessaria tacita
accettazione alla tradizionale riservatezza che ci ha fatto grandi, e se
quindi volesse urlare……………vada allo stadio!
Eleonora Bertini è presidente della Società delle Donne dell’Oca
mar 7th, 2010 da 15:22
Gentile direttore, le chiedo di voler ospitare anche questo mio
breve intervento “ad adiuvandum”. Pur non volendo entrare anche io nel
merito della questione, mi sento, infatti, obbligato ad intervenire per
deplorare la naturalezza con la quale chiunque possa esprimere giudizi,
spesso lesivi alla mia contrada, dimostrando oltretutto una assoluta
ignoranza dei termini del problema, che trattano, invece, per proclami e
teoremi. Stante il perpetuarsi della necessità, quasi quotidiana, di dover
fornire alla stampa cittadina precisazioni e smentite, credo sia necessario
per tutti riflettere sugli effetti negativi che commenti di persone poco
informate, ovvero che giudizi spesso preconcetti e infondati, possono avere
sulla soluzione interna che la contrada ha voluto intraprendere. Sarà mia
cura, non solo nell’interesse dell’Oca, di parlarne alla prossima riunione
del Magistrato delle Contrade, affinché situazioni come quella di specie,
non si ripetano.
*Giuliano Manganelli è governatore dell’Oca
mar 8th, 2010 da 10:26
povere contrade… povera Siena…
mar 8th, 2010 da 10:46
mi spiace per l’Oca. so bene quanto si abrutto vedere le proprie faccende interne spiattellate a destra e manca, ma il clamore della vicenda del voto alle donne in Fontebranda non è di certo stata causata da forze esterne, ma dall’interno della stessa contrada, contrariamente a quanto accaduto negli anni passati. l’esposto lo hanno presentato alcune ocaiole, o sbaglio? da lì in poi la vicenda, purtroppo, è diventata pubblica.
mar 8th, 2010 da 11:16
«Ho 19 anni e non credo all’8 marzo:
è un giorno qualsiasi e un pò mi vergogno. Che senso ha la giornata
della donna? Essere italiani è già di per sè molto difficile. Se
poi si hanno quasi vent’anni, un diploma, degli ideali e altre cosette
futili di questo genere, figuriamoci». Con queste parole Alice
Zentilomo, studentessa universitaria a Milano, apre la sua ’lettera al
direttore’ pubblicata oggi sul Corriere della Sera.
«In effetti l’unica categoria messa peggio degli studenti
italiani diciannovenni – riflette Alice – è quella delle studentesse
italiane diciannovenni, e io ovviamente ne faccio parte: sono nata nel
1990, ho un diploma di maturità classica, frequento l’università,
credo nella ragione e nella libertà dell’individuo, nella giustizia,
e in molte altre cose che raramente vedo applicate. Credo
nell’uguaglianza sociale e giuridica degli uomini, indipendentemente
dalla razza, dalla religione, dal sesso, dalla cultura, e credo che
l’articolo 3 della nostra Costituzione non sia stato scritto per non
lasciare spazi vuoti. Certo – osserva – quando mi si dice che donne e
uomini hanno gli stessi diritti, la stessa considerazione, lo stesso
trattamento in campo lavorativo, sociale e politico, allora sì che
fatico a crederci».
«Ieri mattina sono stata svegliata dall’arrotino che passava
sotto casa, che inizia il suo annuncio rivolgendosi esclusivamente
alle donne, casalinghe e devote alla casa. Nel pomeriggio sono uscita
e ho aspettato l’autobus di fianco a una supermodella bidimensionale
che dall’alto del suo cartellone pubblicitario mi guardava con occhi
languidi e espressione poco vispa. Tornata a casa ho sfogliato una
rivista e nelle prime pagine ho trovato una ventenne brasiliana mezza
nuda che pubblicizzava un’azienda telefonica. Immagino che se avessi
acceso la tivù avrei trovato anche di peggio, ma non ho osato
verificare». «Se questa è la figura della donna adesso, io non mi ci
voglio immedesimare, e non voglio essere accomunata a chi si lascia
sfruttare in questo modo, gettando via vestiti e dignità. Abbiamo
davvero qualcosa da festeggiare?», si domanda. «Per quanto mi riguarda
definire l’8 marzo ’la festa della donna’ è solo un modo più
politically correct per dire che gli altri 364 giorni dell’anno sono
la festa dell’uomo», conclude.
mar 8th, 2010 da 12:49
COME DETTO IN PRECEDENZA IN UN’ALTRA OCCASIONE NON COMMENTERò FATTI INTERNI DI UNA CONSORELLA!
ALLA VECCHIA MANIERA!!!
mar 9th, 2010 da 11:09
Buongiorno.
Seguo ormai da molto tempo il dibattito sul voto alle donne nella Contrada dell’ Oca.
Non sono solito scrivere ai giornali e sicuramente è un mio limite e me ne scuso, mentre ringrazio il Corriere di Siena per l’ ospitalità che mi viene offerta.
Proprio per il tema che intendo trattare credo che sia opportuno dichiarare le proprie origini per evitare di essere accusato di intromissione in cose che non mi riguardano e di cui non si ha il diritto di entrare: ebbene sì, sono nato “sulle lastre”, come si dice a Siena, con precisione in Via del Paradiso 21, praticamente nella società di Camporegio, nella Contrada del Drago.
Il dibattito sul voto alle donne in una contrada di Siena può lasciare a dir poco sorpresi chi non è di Siena, tanto da essere citati nel corso di trasmissioni radiofoniche di largo seguito, come Zapping su Radiouno o Prima pagina, su Radiotre. Non credo ce ne faccia onore.
E’ vero che i senesi come minimo sono visti come gente strana quando si parla di Palio ed è forse questo che ci ha resi famosi in tutto il mondo. Ma adesso siamo allo sconcerto.
Sconcerto per il tono usato dalla signora Bettini, presidente della società delle donne dell’ Oca, che arriva a gridare “basta” contro chi ha tutti i diritti di esprimere una propria opinione verso comportamenti che negano il diritto di rivendicare la legittimità di un diritto, mi si scusi la ripetizione, che dichiarare universale è quantomeno ovvio. Ci si scandalizza delle intromissioni nella vita di una contrada, si scomodano categorie come quella dell’ onore per giustificare ancora un altro diritto “quello di lavare in casa propria i panni”. Ma il concetto a cui ci si appella con più forza è quello di “Tradizione”. Non voglio essere tedioso e accusato di spocchia intellettuale se ricordo che il termine “tradizione” deriva dal latino “tradere” che significa “consegnare”, “trasmettere”.
Quale tradizione vogliamo trasmettere ai nostri figli?
Credo che sia inutile ripetere che l’ universalità del diritto di voto, indipendentemente dal sesso, dalla condizione sociale, dai livelli culturali, sia un diritto universalmente riconosciuto, almeno a livello occidentale, anche se il ritenerlo inviolabile appare ultimamente non proprio così certo. Diritto collegato al concetto di appartenenza ad un gruppo tanto da sollecitare un dibattito sull’ opportunità di concederlo agli immigrati. Poter votare significa poter condividere decisioni, eleggere coloro che eserciteranno un potere su di noi, non capisco come si possa sentire come proprie decisioni cui non si è contribuito ad elaborare, esprimendo la propria volontà. Sono cose talmente ovvie da ritenere inutile parlarle ma evidentemente non è così. Troppo spesso si è dichiarato, come l’ assenso di molti, che la tradizione del Palio è tale da avere il diritto di godere di una sorta di legittimità a violare quello che alla maggioranza non è concesso, una sorta di etica paliesca che prescinde da tutto. Vedi dibattito sulla violenza nel Palio, per fortuna superato.
Ma quello che mi domando è : può una consuetudine o meglio una tradizione, termine che si carica di valore storico, di una ricchezza che finisce per rappresentare la continuità di un’ intera comunità, rifiutare di confrontarsi con il portato di quello che è il nuovo o la cosiddetta modernità? Sembra assurdo, ma il nuovo è il diritto di voto alle donne? E’ naturale che tutto il nuovo non sia necessariamente buono o utile, ma la forza di una tradizione, e sta proprio lì la sua forza, è il suo saper dialogare proprio con il nuovo, saperne cogliere gli aspetti dinamici e positivi, la difesa della tradizione fine a se stessa è alla fine arroccamento ed espressione di paura e debolezza.
Troppo spesso nel mondo in nome della tradizione, sono state commesse azioni quanto meno disdicevoli o non giustificate dalla nostra cultura: che dire della tradizione dell’ infibulazione, che perdura in molti paesi del sahel africano, e a cui ho avuto la ventura di assistere, proprio perché molte donne non la rifiutano in nome della tradizione che in caso contrario le escluderebbe dalla comunità, o del velo nei paesi islamici, che viene accettato non tanto perché dettato dal Corano, ma in quanto espressione di una cultura maschile che strutturalmente elimina ogni autonomia femminile?
A Siena quello che è tradizione (ma chi decide ciò che è tradizionale o no?) è giusto, nuovo è sbagliato. Se è vero che la difesa dei valori comuni, patrimonio di una elaborazione millenaria, è profondamente giusta, l’ incapacità di saper leggere il nuovo, di metabolizzarlo e di integrarlo nella tradizione è profondamente sbagliato e alla lunga risulta dannoso alla stessa comunità. Di esempi se ne potrebbero fare molti . I recenti e meno recenti episodi di violenza in città, il caso “Pantaneto” non sono altro che il manifestarsi con evidenza della trascuratezza con cui i senesi vivono la propria città, il rinchiudersi nel proprio “particolare” in cui la difesa della tradizione rischia di essere un alibi. Riappropriamoci delle nostre strade, delle nostre piazze, viviamo con gioia la nostra città, partecipiamo di più e la città tornerà a vivere con serenità, senza bisogno di ronde o di videocamere.
Quello che traspare dal dibattito è che finiamo rinchiusi nelle nostre case e nelle società di contrada a dibattere sulle fortune del fantino di turno e non ci accorgiamo che il mondo si sta appropriando di quello che per tradizione è nostro ma che dobbiamo riconquistare giorno per giorno pena la perdita di senso. Una delle conseguenze è l’ impoverimento della vita culturale della città, o della vita della città in senso lato. Chiusura di negozi “tradizionali”, quelli che hanno fatto la storia e il “look” della città, fino a giungere all’ apertura di una “incredibile” rivendita di grembiuli “globalizzati” da cuoco alla Croce del Travaglio, i cinema chiudono e non sembra che la cosa sconvolga più di tanto, eventi come quello di Avatar hanno spinto i senesi a Poggibonsi, dove il Politeama offre non solo una moderna tecnologia in 3D e un ambiente comodo ed accogliente, ma iniziative culturali di tutto rispetto, (vedi le giornate su comunicazione e scienza e i periodici incontri sul fumetto) le cui ricadute sull’ economia indotta sono evidenti, vedi pomeriggi in pizzeria, acquisti nei negozi e così via.
Quello che deve esser chiaro è che la rendita di bellezza e di cultura che ci è stata consegnata dai nostri avi si sta consumando. Siena, a dispetto dei depliants destinati ai turisti di due ore, è diventata una città silente, anestetizzata, paurosa, così come non io, ma voci ben più sensibili di me, stanno constatando. Una città spopolata, vuota di sera, triste. Gioire del passato non deve far dimenticare il presente che sarà passato domani. Se dobbiamo gioire di iniziative che hanno riportato il mercato in Piazza del Campo, ci si dovrebbe sorprendere del fatto che questo non avvenga ogni settimana, magari con eventi come un possibile mercato dei fiori, dell’ antiquariato o simili, che attirerebbero un turismo ben più qualificato di quello attuale, e che consentirebbero a Siena di far rinascere una tradizione che la facevano essere una delle città più belle del mondo.
Cordialmente
Maurizio Gigli
mar 9th, 2010 da 15:28
Evidentemente la Sindrome NIMBY è entrata anche nel Palio, nelle contrade. Ma ci sono delle questioni che a parer mio sono talmente importanti ed universali che esulano il mondo paliesco. Innanzitutto le modalità con cui la Presidentessa del Gruppo Donne dell’Oca si è rivolta all’avvocato Becchi, modalità per dirla come l’ocaiola veramente da “stadio”. Ma la questione realmente importante è quella del voto, o meglio del non voto per le donne di Fontebranda. Io mi sento di dare il mio giudizio in merito e non lo faccio da lupaiola, non lo faccio da senese, ma lo faccio da donna. Trovo gravissimo infatti che non venga concesso un diritto come quello di voto e che dunque non sia rappresentato in un gruppo la volontà di alcuni appartenenti ad esso in quanto donne e portando a baluardo di tale scelta la tradizione. Quanto abbiamo paura che il passare del tempo ci porti via l’amato Palio! Eppure siamo talmente ciechi da non capire che il Palio potrà durare solo se ognuno di noi vi prenderà a pieno parte;cancellare il volere di una donna non è tradizione, ma è privarsi di un valore aggiunto. Oltretutto il diritto di voto non si può discutere, viola la nostra Costituzione e voglio sperare che la Costituzione italiana sia gerarchicamente più importante di quella paliesca.
La cosa che comunque trovo più grave è che siano molte donne a non voler votare nell’Oca, come a dire che la “femmina” deve stare in cucina a prepare i pasti agli uomini, a cucire le bandiere, a tenere in buono stato le monture, a servire… isomma una donna che che segua la regola delle tre M:Moglie, Madre e Massaia. E’ davvero solo questo che interessa essere alle donne dell’Oca? E se è solo questo siamo certi che sia una buona madre quella che non lotta perchè alle proprie figlie sia estesa la possibilità di votare che è oltretutto un diritto, non un privilegio? Come può essere una buona madre una donna che lotta, nascondendosi dietro alla parola “tradizione”, perchè a lei ed alle proprie figlie non sia riconosciuto un diritto sacrosanto?
E così mentre il nostro Paese va avanti, le donne conquistano ruoli importanti, la nostra città, così ricca, così civile, sta ancora discutendo se sia giusto o no far votare le donne. Paradossale, gravissimo e a tratti inquietante.
mar 9th, 2010 da 20:34
La donna nei vocabolari
La lingua è ancora troppo maschilista. È passato il tempo, oltre un secolo fa, quando il Vocabolario di Pietro Fanfani edizione 1905 dava per dottoressa la definizione “Donna addottorata; donna savia e dotta; donna saccente, donna che parla con una certa presunzione di ciò che non sa e non intende. Far la dottoressa, vale sdottoreggiare”. Fortunatamente molte cose sono cambiate. I vocabolari hanno preso atto che molte professioni e incombenze non sono più appannaggio esclusivo degli uomini e hanno cominciato a declinare al femminile (senza connotazioni ironiche) nomi che in precedenza registravano solo al maschile. Zingarelli è stato tra i primi. Garzanti è il più “aperto” a questa piccola rivoluzione linguistica, estendendo al femminile parole – ad esempio camerlengo, vescovo – da altri dizionari ritenute ancora “intoccabili”. Ma tuttora resistono nelle pagine del Vocabolario definizioni ed espressioni improntate a una certa forma di sessismo a senso unico che, anche nella lingua, è difficile a morire. Quando continuiamo a leggere, alla voce genere, definizioni di genere umano come “l’insieme degli uomini”, viene spontaneo domandarsi: e le donne? Non fanno parte del genere umano? Lo stesso per umanità. Zingarelli, bontà sua, solo nella ristampa 2009 ha integrato le definizioni relative a queste due voci con l’aggiunta delle donne, finalmente “ammesse” – alla buon’ora! – a far parte del genere umano e dell’umanità insieme agli uomini. E che dire di Sabatini-Coletti, il quale alla voce imbelle non trova di meglio che portare l’esempio di “sesso imbelle, quello femminile”?
La colpa, ovviamente, non è del Vocabolario. I vocabolari, finora, sono stati concepiti dagli uomini, intendendo per “concepimento” quello originale, l’idea di partenza, anche se poi – specialmente nell’epoca attuale – molte sono le donne che “fanno” il Vocabolario. Però, ecco, se qualche donna, tra le linguiste, e ce ne sono di veramente brave (pensiamo, una per tutte, a Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca), prendesse il coraggio a due mani e si decidesse a concepire ex novo un Vocabolario della lingua italiana, forse chissà, si farebbe un passo avanti nella “pari opportunità” anche nei confronti della lingua, eliminando quella punta di sessismo che ancora serpeggia nei vocabolari. Senza contare che il Vocabolario concepito da una donna – non certamente solo per le donne ma per tutti – potrebbe essere una novità tale da costituire un successo editoriale.
Nonostante le trasformazioni del costume e della società, c’è ancora resistenza da parte di molti (e dispiace dirlo: anche da parte delle donne) ad accettare la declinazione al femminile di mansioni e professioni una volta esclusivo appannaggio degli uomini. Più che una regola, si segue l’impressione personale, a seconda che il femminile “suoni” bene o no: accettiamo tranquillamente professoressa, maestra, infermiera e così via. Ma il nostro orecchio ancora non è abituato a soldata, sindaca, ingegnera, vescova (nel caso di Chiese protestanti), ministra. Parole pure “autorizzate” dai vocabolari. Gli equivoci, gli errori di concordanza nel discorso causati da questa ostinazione a privilegiare il maschile al corrispondente femminile, quando si parla di una donna, sono all’ordine del giorno. Ricordiamo, uno per tutti, il “ministro turco” (letteralmente così per chi ascoltava), che altri non era se non l’italianissima Livia Turco, la quale appunto per evitare fraintendimenti con la Turchia desiderava essere chiamata ministra. Ma a chi lo andava a dire? Se anche le donne, molte volte, preferiscono il maschile al corrispondente femminile. Chiamate direttrice una donna che dirige un giornale ed è il caso che si offenda.
L’8 marzo è la festa della donna. Le donne hanno dovuto affrontare battaglie coraggiose per vedere riconosciuti alcuni loro diritti. Ma le battaglie si combattono anche sul fronte della lingua. Viva tutte le donne che hanno il coraggio (perché di coraggio si deve parlare) di chiamarsi e farsi chiamare ministre, deputate, avvocate, procuratrici e direttrici senza nascondersi e nascondere la propria identità dietro un sostantivo al maschile! L’8 marzo sarà veramente la festa della donna – se ancora si vuol proseguire con questa celebrazione – anche quando “ministra” sarà accettato da tutti e non suonerà strano per nessuno, uomini e donne.
mar 10th, 2010 da 16:23
un’altro esempio: il consiglio comunale di Siena ( l’ho visto in tv) tutti uomini, MA OLTRE TUTTO CHE NOIA.
Faccio, comunque, fatica ad entrare in questo argomento ma la seconda parte dell’intervento del Sig Gigli mi intriga a bestia parliamone.
mar 10th, 2010 da 19:59
Per me nell’Oca possono fare come gli pare.
Però, ricordo che siamo nel 2010…..