Due Grandi Vecchi
“Il sacerdote, lo scienziato e il sogno dell’immortalità” è l’inizio di un articolo del Corriere della Sera, riferito al fondatore del San Raffaele don Luigi Verzè, che ha compiuto 90 anni, e al padre della lotta ai tumori Umberto Veronesi, che compirà 85 anni a novembre. Cercano di allungare la vita degli altri: don Verzè è il fautore della medicina che è incontro tra corpo e spirito mentre Veronesi si attiene a un’etica laica. Sono due grandi vecchi della medicina italiana. Che ne pensate?
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Siena News – Citizen Journal
scritto da Stefano Bisi





mar 15th, 2010 da 16:04
“Scienza e fede non possono andare insieme – ha asserito il Veronesi in un’intervista a SKY – perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di leggenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti”.
Il prete credulone Karol Wojtyla, ancor prima di essere nominato vescovo a Cracowia, si fidava ciecamente di un certo padre Pio cappuccino e non piuttosto nel celebre oncologo Umberto Veronesi.
Di questo prete polacco si conoscevano due lettere, scritte in latino e inviate al frate del Gargano il 17 e il 28 novembre 1962 nella prima delle quali chiedeva le preghiere del cappuccino per l’amica dottoressa Wanda Poltawska, madre di famiglia, ammalata di cancro.
Nella seconda, il prete nominato vescovo, ringraziava il povero cappuccino per la guarigione della donna.
C’è poi una terza lettera in cui il credulone Wojtyla si riferisce alle precedenti richieste rivolte rispettosamente al frate: “La paternità vostra si ricorderà certamente che già alcune volte nel passato mi sono permesso di raccomandare alle Sue preghiere casi particolarmente drammatici e degni di attenzione”. Fino a qualche tempo fa non si conoscevano altre richieste del genere del giovane vescovo polacco.
Ma oltre al ringraziamento per l’amica guarita dal cancro, il solito credulone accenna anche al figlio di un avvocato, gravemente ammalato dalla nascita. “Ambedue le persone stanno bene”, comunica al frate nel nuovo scritto scoperto.
Il futuro Papa ricorre ancora al cappuccino per una nuova richiesta a favore di una signora paralizzata della sua diocesi. E non ancora contento, il vescovo aggiunge una richiesta personale: “Nello stesso tempo mi permetto di raccomandarle le ingenti difficoltà pastorali che la mia povera opera incontra nella presente situazione”.
Poveri noi! Per anni ad ascoltare un retrogrado tizio vestito di bianco che non metteva in dubbio misteri e dogmi, ma che addirittura accettava di subirli, invece di affidare i malati alle cure del famoso oncologo milanese, secondo il quale la religione impedisce di ragionare, mentre la scienza vive nella ricerca della verità.
Ma, almeno per ora, Veronesi non ha fatto miracoli a richiesta.
Benedetto Bargagli Stoffi, Pisa
mar 15th, 2010 da 17:36
sig bargagli, ognuno crede a quello che vuole. chi in padre pio chi nella bravura di veronesi o altri medici. io credo in dio, ma anche e soprattutto in quelli come veronesi, molto semplicemente.
mar 15th, 2010 da 19:56
Stoffi, mi dai la tua definizione di miracolo? Vorrei intavolare un discorso con te ma voglio sapere cosa intendi per “miracolo”.
mar 15th, 2010 da 23:05
Confesso di non essere in grado di dare una definizione di miracolo.
Posso solo raccontare che nel 1977 sono stato ricoverato per tre mesi a Pisa, curato per un ascesso tubercolare, fintanto che una biopsia ha evidenziato che ero ammalato del morbo di Hodgkin, ormai allo stato terminale, con prognosi con meno di due mesi di sopravvivenza: metastasi diffuse ai principali organi vitali, alle vertebre lombari e nelle ossa lunghe.
dopo di che sono stato mandato a morire all’ospedale San Matteo di Pavia dove hanno confermato la prognosi tutti i trombonacci oncologi che mi facevano vedere agli studenti di medicina come una bestia da circo, mostrando le mie radiografie appoggiate ai vetri della finestra, con “delicati” commenti agghiaccianti in mia presenza.
L’unico che cercava di darmi una speranza era una specie di “Zaccaria, assistente di quarta categoria”, che dopo un mese di atroci esami di tutti i generi, mi ha proposto di farmi somministrare un farmaco sperimentale, da comprare di contrabbando in Svizzera e iniettare per endovena al buio, perché si trattava di una “mostarda d’argento”, sensibile alla luce come le pellicole fotografiche, secondo un protocollo di cicli alternati di chemioterapia e applicazioni di radioterapia.
Il programma era quello di farmi la prima infusione (un sabato mattina) e rispedirmi di nuovo a morire a casa mia. La sera del giovedì, nella camera dov’ero ricoverato insieme ad un giovane calabrese anche gli senza speranza, è entrato un frate qualunque che ci ha chiesto se volevamo confessarci. Io ho rifiutato perché mi sembrava che, dopo tanti anni, chiedessi perdono all’ultimo momento e senza convinzione. Il frate lasciò ad entrambi un santino con una preghiera da recitare la sera, cosa che non feci. Poi il venerdì, non avendo di meglio da fare, lessi e recitai quella preghiera, forse terrorizzato dalle terapie a cui sarei stato sottoposto la mattina seguente. In effetti da quel momento a Pavia, iniziarono periodici cicli orribili di chemioterapia ripetuti per mesi a Pisa, peraltro senza apparenti miglioramenti.
Alla prima visita di controllo a Pavia, il mio “Zaccaria” fece ripetere tutti gli esami radiografici perché incomprensibilmente non apparivano segni di metastasi da nessuna parte. Dunque si sarebbe potuto trattare di uno scambio di radiografie tra pazienti. La ripetizione degli esami confermò i precedenti esami allo sbalordito “Zaccaria”. Io intanto mi sentivo sempre peggio ed ero ridotto a pelle ed ossa. La cosa è andata avanti per mesi, tanto che nel frattempo, superato il termine contrattuale di malattia, l’azienda mi licenziò e mia moglie pensò bene di “fidanzarsi” con il caro e premuroso amico di famiglia.
I cicli di chemioterapia e radioterapia si prolungarono per molti mesi, intervallati dalle visite di controllo a Pavia, dove il solito sbalordito medico ogni volta si meravigliava che fossi ancora vivo.
Nel frattempo ero stato ospitato in casa di amici, insieme ai miei bimbi, considerando la mia particolare situazione familiare.
Poi piano piano cominciai a stare relativamente meglio, a camminare purché non dovessi scendere scalini perché le ginocchia non mi reggevano, ma soprattuto a poter guidare.
Arrivata l’estate, alla meno peggio, sono stato in barca a vela con un amico per 24 giorni tra Corsica e Baleari. Al ritorno a terra potevo scendere anche gli scalini e sono andato da solo in auto a Pavia per il controllo di routine. Per curiosità, aspettando il mio turno, ho chiesto in giro se da qualche parte c’era quel famoso frate. Mi hanno guardato come un marziano, dal momento che erano anni che nessun prete o frate era entrato in ospedale. Però, anche se nessuno l’aveva visto, il mio compagno di stanza si era confessato con lui.
Negli anni seguenti il mio “Zaccaria” di un tempo è diventato il primario di oncologia in un importante ospedale del nord ed ha curato e guarito (senza frate) parecchie persone che gli ho mandato. Ma ogni volta che lo chiamavo al telefono mi chiedeva (scherzando, ma non troppo) come mai fossi ancora vivo. Alla fine ho ricevuto la visita del mio compagno di stanza, anche lui (inspiegabilmente, secondo il primario) sopravvissuto alla sua patologia “incurabile”. Lui si ricordava l’aspetto del frate, io no.
Siamo entrambi guariti da patologie incurabili. Il mio caso è servito per una pubblicazione presentata in vari congressi di oncologia da quello “Zaccaria” che in seguito è diventato un’autorità internazionale.
“Miracolo” il mio? Se lo chieda pure claudio, perché io non so rispondere. I miracoli capitano solo agli altri.
Benedetto Bargagli Stoffi, Pisa
mar 16th, 2010 da 13:39
la storia personale di ognuno è da rispettare, ma non capisco dove voglia andare a parare sig. bargagli sotffi. io mi ritengo credente, lo ripeto, ripeto anche che non credo che si possa aspettare il miracolo di turno, ma affidarsi nelle mani di medici possibilmente capaci e per questo la ricerca deve andare avanti senza lacci o dogmi dettati dalla Chiesa, quella con c maiuscola.